09 Dic Pranzo sociale 7 dic. 2025 – Ospite Gigi Maieron
Lo scorso 7 dicembre 2025 si è tenuto l’annuale convivio sociale presso il ristorante Villa Vardis di Cordovado. Vi hanno partecipato 115 soci che hanno raggiunto la meta con mezzi propri oppure con il pullman turistico messo a disposizione. Come unanimamente riconosciuto dai partecipanti, è stata una bella festa in un contesto molto apprezzato e curato rappresentato da questa villa storica.
Un evento da ricordare che, ne siamo certi, ha raggiunto l’obiettivo di rafforzare lo spirito di gruppo ed il senso di appartenenza all’Associazione e a quanto ha rappresentato nella vita lavorativa di ciascun socio. Nel corso del pranzo, hanno trovato spazio una lotteria benefica con numerosi premi frutto di donazione da parte di molti soci cui va un sentito ringraziamento. Inoltre il socio Claudio Brollo ha premiato le fotografie scattate nel corso della giornata in Carnia dello scorso settembre. Sono state lette le motivazioni per ciascuno dei premiati che hanno ricevuto in omaggio delle splendide pubblicazioni. La festa si è conclusa con l’intervento del cantautore Luigi Maieron che ha cantato alcune sue canzoni e recitato poesie.
Il presente articolo prosegue con un testo redatto dal nostro socio Bruno Temil che, con la consueta maestria, racconta le impressioni della giornata ed, in particolare, le emozioni riportate dall’esibizione del citato Gigi Maieron. Grazie Bruno
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Oggi 7.12.2025 ho avuto modo di conoscere il cantautore carnico Luigi Maieron ( Gigi Maieron) in occasione di un momento conviviale organizzato dall’associazione dei Pensionati CRUP a Cordovado. Sono rimasto sinceramente colpito dalla sua cordialità e dalla sua umanità, qualità che emergono con naturalezza nel suo modo semplice e profondo di raccontarsi. Con mia sorpresa, parlando insieme, abbiamo scoperto alcune affinità nei nostri vissuti giovanili, e questo ha reso l’incontro ancora più piacevole.
Tra i diversi racconti che ha condiviso, mi ha particolarmente toccato il ricordo dedicato a Gina Marpillero e alla tradizione del lancio delle cidole, usanza antica e suggestiva che lui stesso ha trasformato in un brano musicale. Nel breve video che propongo qui sotto, è possibile ascoltare la canzone e la spiegazione che Maieron ha offerto prima dell’esecuzione, introducendo la storia con grande delicatezza.
Raccontando questa tradizione, Maieron ha richiamato l’atmosfera delle vallate della Carnia, dove, nei lunghi inverni silenziosi, il ritmo della vita seguiva le abitudini semplici della montagna. In questo contesto, la comunità custodiva riti antichi, nati in un tempo in cui il fuoco rappresentava non solo luce, ma anche speranza, fecondità e promessa di futuro. Tra questi, uno dei più attesi era proprio il lancio delle cidole !
Sulla spianata sopra il paese, i coscritti preparavano con pazienza le piccole ruote di legno, tonde e leggere, ricavate da tavole selezionate o dall’ultimo larice abbattuto. Le sistemavano accanto al grande falò che, con l’arrivo della sera, diventava il cuore ardente della festa. Quando il fuoco era al massimo della sua forza, le cidole venivano poste sulle braci fino a diventare cerchi di fuoco. Allora, una alla volta, venivano afferrate con una forca e lanciate nella notte, mentre un ragazzo gridava il nome di una giovane o di una coppia: «Questa cidola va a…!». Dal prato sottostante, la gente seguiva il volo della ruota rovente cercando di intuire, tra mormorii e sorrisi, i futuri intrecci di affetti del paese.
Per molte generazioni, questo rito non era un semplice divertimento. Era un modo discreto e simbolico per esprimere simpatia, speranza o perfino un sentimento appena nato. A volte, bastava sentire il proprio nome nel buio perché il cuore di una ragazza cominciasse a battere più forte.
Fu in questo mondo che crebbe Gina Marpillero, donna schietta e di spirito vivace, che portava con sé il ricordo di quelle serate con una tenerezza particolare. Una volta mi raccontò un episodio che l’aveva segnata. «Tu sai cosa significavano, per noi “fantate”( ragazze ) quelle cidole?» disse. «Ogni anno speravamo che qualcuno ce ne dedicasse una. Io avevo già più di trent’anni e, anno dopo anno, la mia cidola non arrivava mai. Vedevo le altre ragazze tornare a casa contente, e io invece rientravo sempre con il cuore un po’ più pesante».
Raccontò anche di un giovane che frequentava la sua casa e di cui si era innamorata in silenzio. «Speravo fosse lui a tirarmene una, ma non accadde mai. E alla fine sposò un’altra». Lo disse senza amarezza, con quella sincerità semplice che la contraddistingueva.
«Ricordo ancora quella sera» continuò. «Il fuoco si stava spegnendo, i coscritti se ne andavano piano… e la mia cidola non era arrivata neppure quell’anno. Tornando verso casa pensai: “Forse non piaccio a nessuno… forse sono proprio brutta”. Ma poi, come sempre, cercai di farmi coraggio: “Va ben, magari l’anno prossimo…”».
Sorrise leggermente, come fanno le persone che sanno guardare ai propri ricordi con affetto. «Vedi» concluse, «erano soltanto ruote di legno infuocate che rotolavano giù per il prato, eppure dentro c’erano sogni veri. Bastava un nome gridato nel buio per far nascere una speranza. E anche quando quel nome non era il tuo, qualcosa dentro continuava a brillare, come una cidola che non si spegne.»
(Bruno Temil)